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Nelson Mandela

di Paolo delli Carri

 

 

MandelaConoscere e ripercorrere le tappe della vita e dell’impegno di Nelson Mandela significa imbattersi nelle difficoltà e, verrebbe da dire, nelle tribolazioni che la scelta di lottare per la libertà e l’uguaglianza con la nonviolenza porta spesso con sé; soprattutto poi se si vive in paese come il Sudafrica degli anni ’60 «governato con col fucile, dove gli africani non hanno più la libertà nemmeno di stare a casa pacificamente per protestare contro le politiche oppressive del governo». A lungo Mandela ha lottato attraverso i mezzi della lotta nonviolenta: azioni di disobbedienza civile, scioperi, marce di protesta, boicottaggi e manifestazioni di ogni tipo. Ma ad un certo punto, dopo una «pacata e ponderata valutazione della situazione politica che scaturiva da anni di tirannia […] e dalla consapevolezza che la “violenza” senza una guida responsabile sarebbe esplosa in “atti di terrorismo”», prese la dolorosa decisione di fondare una vera e propria struttura militare, l’Umkhonto we Sizwe (lancia della nazione), che si ponesse come primo obiettivo il sabotaggio e la distruzione delle centrali elettriche, delle comunicazioni telefoniche e ferroviarie per bloccare l’arrivo di capitali stranieri nella nazione sudafricana evitando fortemente di mettere a repentaglio vite umane, soprattutto innocenti…

Ma Nelson Mandela è anche l’uomo che dopo 28 anni di prigione annunciò: «Riconciliazione e unità»; accettò di dialogare con il nemico; e rilanciò l’ideale di una società democratica e libera per la quale era stato pronto a morire.
Certo, la scelta nonviolenta non può condividere certe posizioni ma può comprendere e risalire alle condizioni di una persona e di un popolo che, come racconta l’autobiografia del nostro testimone “Lungo cammino verso la libertà1” proviene da una storia di straordinarie sofferenze e privazioni… (Si consiglia di leggere il contributo dell’autore “Di che cosa mi accusano?”nella sezione testi).


Infine può essere interessante, al riguardo, mettere a confronto la biografia di Mandela con quella di Gandhi, e come si comportò per esempio quest’ultimo quando si trovò di fronte ad una situazione analoga in cui la popolazione si lasciò andare a disordini e violenze in risposta alla repressione da parte delle forze militari del governo.

Nelson Mandela nasce il 18 luglio 1918 a Mvezo nel Transkei in una zona lontana dalle grandi città sudafricane e dunque dagli echi dei grandi avvenimenti storici come la conferenza di pace di Versailles. Suo padre era un capo tribù combattivo e patriottico che prestò lasciò orfano suo figlio, all’età di nove anni. Dopo un’educazione scolastica di stampo anglosassone (come è accaduto per molti altri testimoni della lotta per la libertà e l’uguaglianza del ‘900!), si iscrive alla facoltà di Fort Hare ma presto incorre nei primi contrasti con la cultura della sua comunità. Quando infatti furono imposti dei matrimoni per lui ed un suo amico d’infanzia, essi fuggirono per Johannesburg. Qui cominciò a lavorare presso una miniera d'oro a Crown Mines dove ebbe la possibilità di vedere i negri quasi schiavizzati lavorare in condizioni pietose nella miniera.

Nel 1942 si laurea in lettere e successivamente si iscrive alla facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Witwatersrand dove si accosta al pensiero africanista liberale e incontra Walter Sisulu, esponente di spicco della Anc, l’African National Congress, dove entra come membro e, insieme ad altri amici e colleghi universitari, fonda la Lega della gioventù dell’ANC.


Nel 1946, si verificano imponenti scioperi nelle miniere; in 70.000 chiedono dieci scellini al giorno e una casa. Il governo risponde duramente, i leaders della protesta sono arrestati, gli uffici del sindacato saccheggiati, la polizia provoca la morte di dodici manifestanti.
Nello stesso anno furono presi i provvedimenti che segnavano l’inizio dell’apartheid; il governo di Smuts emanò l'Asiatic Land Tenure Act, conosciuto come Ghetto Act poiché circoscriveva l'area entro la quale i cittadini di origine indiana potevano risiedere e lavorare. La protesta della comunità indiana fu massiccia. Per due anni vennero occupate terre dei bianchi, ci furono picchetti, manifestazioni, disobbedienza civile. Più di 2000 volontari andarono in galera.


Il partito nazionalista di Daniel Malan continuò in quest’opera di discriminazione che Mandela aveva appena cominciato a combattere; tre leggi dal nome significativo indicavano verso quale direzione andava evolvendosi la situazione: il Suppression of Communism Act, che vietava la costituzione del partito comunista; il Population Registration Act, che classificava i sudafricani a seconda della razza; e il Group Areas Act, che recludeva le varie razze nelle loro zone di appartenenza.
La risposta all'apartheid fu immediata e vide uniti nella lotta neri, colored e indiani, motivo che convinse Mandela della bontà di un'azione congiunta di più etnie nella lotta contro l’apartheid; finora era rimasto infatti un rigido nazionalista.
Iniziò così la cosiddetta Defiance Campaign (campagna di disobbedienza) che fu così diffusa che solo il primo giorno più di 250 volontari violarono sistematicamente le leggi considerate ingiuste allarmando a tal punto il governo che nel 1953 approvò la Public Safety Act, che diede al governo il potere di decretare la legge marziale e di arrestare persone senza processo, e la Criminal Laws Amendment Act, che autorizzava punizioni corporali per i manifestanti. Mandela divenne nel frattempo il nuovo presidente della Lega giovanile della Anc. Ma i dirigenti, compreso Mandela, furono condannati a 9 mesi di prigione (sentenza sospesa per due anni) per comunismo, anche se ben pochi di loro professavano quella fede.


Con l'elezione alla presidenza dell’ANC di Albert Luthuli, Nelson divenne uno dei vice presidenti. Nel 1956, conobbe Winnie che sarà la sua compagna di vita e di lotta anche durante i momenti più drammatici. Dopo la scrittura del Freedom Charter, il manifesto per un Sudafrica libero e interrazziale, fu stabilita la messa al bando dell’ANC; il gruppo lo prevedeva e si preparò alla clandestinità. Subito dopo Mandela fu arrestato questa volta con l’accusa più pesante di alto tradimento insieme ad un centinaio di compagni; iniziò così il noto Treason Trial (processo per tradimento).

Il discorso che l’autore pronunciò davanti al giudice dimostrò raro equilibrio e civiltà; egli spiegò il perché della disobbedienza civile e degli scioperi e ripropose il dialogo con il governo anche mediante una fase di transizione in cui i neri sarebbero entrati gradualmente nelle istituzioni.

Il processo si concluse con la sua assoluzione. Ma Mandela era ormai costretto a muoversi in segreto nel paese e a cercare all’estero supporto logistico e finanziario.

Fu un periodo rischioso e combattuto; nel 1961, infatti, maturò un progetto rivoluzionario armato guardando con interesse all’esperienza di personaggi come Che Guevara, Mao Tse-tung e Fidel Castro. Fondò con pochi amici fidati la Umkhonto we Sizwe (la Spada della Nazione).

Al suo rientro in Sud Africa fu però nuovamente arrestato e condannato per aver lasciato il paese senza permesso, per incitazione allo sciopero e per cospirazione con forze straniere per rovesciare il governo. La difesa del rivoluzionario fu ancora una volta maestrale: « […]Sono pronto a pagare la pena anche se so quanto triste e disperata sia la situazione per un africano in un carcere di questo paese. Sono stato in queste prigioni e so quanto forte sia la discriminazione, anche dietro le mura di una prigione, contro gli africani...In ogni caso queste considerazioni non distoglieranno me né altri come me dal sentiero che ho intrapreso. Per gli uomini, la libertà nella propria terra è l'apice delle proprie aspirazioni. Niente può distogliere loro da questa meta. Più potente della paura per le terribili condizioni della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigione, in questo paese...non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza a che i criminali che dovrebbero essere portati di fronte a questa corte sono i membri del governo».

Ma ciò non servì ad evitare la pena dell’ergastolo nel carcere più duro del Sud Africa in completo isolamento. Nel frattempo, per reazione, si scatenarono rivolte da parte degli studenti di colore di Johannesburg contro le discriminazioni anche nell’insegnamento scolastico. Allo stesso tempo pure da parte della comunità internazionale si verificano i primi segni di opposizione alla politica del Sudafrica a cominciare dall’embargo delle armi nel 1977 da parte dell’ONU fino alle dimostrazioni di uomini di stato e opinione pubblica per la liberazione di Nelson Mandela.


Intanto il regime dell’apartheid comincia finalmente a scricchiolare: nel 1984 un'altra figura importante della lotta per l’uguaglianza, il vescovo Desmond Tutu (si veda la sua scheda nella sezione altre figure), riceve il premio Nobel per la pace e nell’estate del 1985 dei tumulti provocano la morte di 500 persone. Allora, l’ONU, gli USA e la CEE dispongono una serie di sanzioni economiche contro il governo di Pretoria. A questo punto quest’ultimo si trova quasi costretto a dialogare con Nelson Mandela nello storico incontro tra Botha e Mandela, il 4 luglio 1989 e successivamente con il nuovo presidente della repubblica De Klerk.

L’11 febbraio 1990 Nelson Mandela viene liberato. Da questo momento viene lentamente smantellato il sistema di divisione tra etnie pur tra le difficoltà provocate dagli estremisti di entrambe le parti. L’ANC ha ripreso il suo impegno per una democrazia non razziale, multipartitica e con il suffragio universale.

Il 27 aprile del 1994 nasce così il nuovo Sudafrica con tanti problemi, di democrazia, di convivenza, di sviluppo, ancora da affrontare. Ne è consapevole il nuovo presidente primo nero a ricoprire questa carica, Nelson Mandela: «La verità è che noi non siamo ancora liberi; abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi. Non abbiamo ancora compiuto l'ultimo passo del nostro viaggio, ma il primo di un lungo e anche più difficile cammino. Per essere liberi non basta rompere le catene, ma vivere in un modo che rispetti e accresca la libertà degli altri. Il vero test della nostra fedeltà alla libertà è solo all'inizio. Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà. Ho cercato di non vacillare; ho compiuto passi falsi. Ma ho scoperto il segreto che dopo aver scalato una collina, si capisce che ce ne sono ancora molte altre da scalare […]».2


Note


1 N. Mandela, Lungo cammino verso libertà, Feltrinelli, Milano, 1995.
2 N. Mandela, Contro ogni razzismo. Discorsi in Africa, Europa e Nordamerica, Mondadori, Milano, 1996.



 

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